70  Tristezza

Pensieri

Il 22 maggio 1975 era una giornata meteorologicamente bellissima: cielo terso, vento quasi nullo, temperatura alta. Insomma, più estate che primavera. Avevo appuntamento con mio fratello G. Luigi ad Iglesias per il primo pomeriggio: doveva essere dimesso dal CTO ed io dovevo condurlo a casa sua, ad Oristano. Appena mangiato un boccone, partii. Lui non poteva camminare, per i suoi problemi alla spina dorsale, se non sorretto da due persone, ed infatti venne sistemato nell’auto da due infermieri. Quindi il viaggio in quelle condizioni era abbastanza rischioso. Me ne resi conto verso Siliqua (all’epoca, non esisteva ancora la super-strada), quando lui incominciò a star male e a lamentarsi. Mi disse che soffriva molto per le scosse della macchina, perciò decisi di fermarmi appena dentro l’abitato, proprio di fronte ad un piccolo bar. Cercai di sistemare meglio i due cuscini che avevo portato da casa, e l’inclinazione del suo sedile. Ma eravamo sotto un sole implacabile (erano le due del pomeriggio), per cui decidemmo di lasciare la macchina per riposare un po’ all’ombra, dentro il bar. Nel locale c’era solo la barista, una donna sui 50 anni, che venne subito ad aiutarmi, visto che ero in difficoltà. Sistemammo G. Luigi in una panca con schienale, che lui preferì alla sedia. Io mi sedetti vicino a lui e riposammo. Parlava a fatica, ma era molto dispiaciuto - mi disse - perché non poteva andare a Cagliari a trovare mamma, che era ricoverata all’Ospedale Civile, in gravissimo stato. Io, che l’avevo vista alcuni giorni prima, lo rassicurai (mentendo) che era un po’ migliorata. Restammo quindi in silenzio, lui perché soffriva per il suo male, io perché vedevo lui soffrire e nulla potevo fare per dargli sollievo, e tutti e due per il pensiero di mamma. Vidi che piangeva, e piangevo anch’io soffocando i singhiozzi; anche la donna del bar si asciugava le lacrime, in silenzio.

Restammo lì una ventina di minuti, poi lui mi mise fretta, dicendo che non vedeva l’ora di arrivare a casa per stendersi sul letto. Il resto del viaggio fu certamente un supplizio per tutti e due. Appena arrivati, in pochi minuti, con la moglie e le figlie più grandi, lo mettemmo a letto, dove si accasciò stremato. Piangevano tutti, ma in silenzio.

Mia cognata mi chiese, sottovoce, se intendessi trattenermi o se volessi ripartire subito. Io le dissi che ero molto preoccupato anche per mamma, e che pertanto ero incerto se andare a Cagliari o tornare subito a Carbonia. Lei mi fissò un momento negli occhi, come se mi volesse mandare un messaggio segreto dato che era attorniata dalle figlie, e mi disse: “Forse è meglio che tu vada prima a Cagliari”. Io capii. In poco più di un’ora ero a Cagliari, all’Ospedale Civile. Feci di corsa le scale: ma giunto alla corsia, vidi che il letto di mamma era occupato da un’altra donna. Chiesi notizie ad un’infermiera.

“Lei è un parente?”
“Sono il figlio” - risposi.
“Mi spiace tanto” - disse - “L’hanno portata all’obitorio qualche ora fa; se si affretta, troverà ancora aperto e potrà vederla”.

La sala d’aspetto, nell’obitorio, era immersa in una tetra penombra, e solo dopo un po’ scorsi mio fratello Buciano e la moglie. Chiesi di mamma. Mi risposero che la stavano “preparando” e che ancora non si poteva andare a vederla. Nella sala c’erano tante persone che non conoscevo. Dopo un po’ ci fecero entrare nello stanzone dove c’erano parecchi morti, composti nei lettini.

Notai che mamma era stata vestita bene, salvo che il fazzoletto sul capo: non era annodato come usava lei. Le accarezzai il viso e la baciai sulla fronte: fu come accarezzare e baciare una statua di marmo. Questa è l’inquietante e misteriosa differenza fra un corpo vivo ed un corpo morto, fra il calore e la morbidezza della carne viva ed il gelo e la rigidità che subentra allo svincolarsi dell’anima dal corpo.

15 ottobre 2001