46 Sogni
Il posto era sempre quello: al culmine di un colle, un anfratto nella roccia che terminava in alto a volta, quasi come il cupolino d’una carrozza. Tutt’intorno, rocce affioranti e macchia di cisti, lentischi e àlbatri. Io restavo lì rintanato, le spalle appoggiate alla roccia quasi a sentirne la protezione, l’orecchio teso a captare la voce che doveva chiamarmi fra i sibili incessanti del vento. L’ansia mi divorava, insieme al timore di quanto doveva avvenire, ma che non sapevo cosa fosse, pur se non vedevo l’ora che avvenisse.
La voce venne al tacere del vento in un’atmosfera di calma assoluta, non più sul colle, ma in una radura erbosa, illuminata dalla luna piena che rendeva visibile una vasta zona di territorio a me molto familiare fin dall’infanzia. Ah, quei raggi della luna! Mi sembrava di sentirne la carezza sulla pelle. La voce era di mamma; la sentivo, ma non la vedevo. Mi disse, quasi in un sussurro: *“Fizu me’, bae a su logu ch’ischis e non timas. Lea su ‘e leare e lassa su ’e lassare.”* (Figlio mio, va’ al posto che sai e non aver paura. Prendi quel che deve essere preso e lascia quel che deve essere lasciato).
Raggiungevo di corsa, affannando, la roccia in cima al colle, tra i lamentosi sibili del vento ricomparso come d’incanto. La serena notte lasciava ormai il campo ad un’alba livida, incerta, in un turbinio di nembi che si rincorrevano e s’accavallavano da ponente a levante. Il cuore mi batteva forte; pensavo: ‘Il momento è arrivato; devo stare attento, pronto ad ogni evenienza’. Uscii dall’anfratto e mi appiattii fra i cespugli.
Un piccolo jet planava contro il vento impetuoso, i flaps abbassati, con un fragore come lo scrosciare della grandine nel temporale. Pensai: ‘Ora si schianta!’ Il vento era talmente forte che ne rallentava la discesa, o meglio la caduta, chè nemmeno un pazzo avrebbe tentato un atterraggio in un luogo simile. Sembrava un astore che sta per ghermire la preda. Travolse i cespugli per un buon tratto, qualche pezzo di lamiera volò lontano; poi si fermò con la coda per aria ed il muso conficcato nel terreno. Io sapevo da sempre cosa dovevo fare. Accorsi. Il portello scardinato pencolava oscillando. Mi affacciai nella cabina. Il pilota era morto, riverso sui comandi; intorno a lui notai alcune carte topografiche sparse qua e là, e soprattutto tre plichi rigonfi recanti il sigillo del re, quasi a sancirne l’intangibilità. Nella mente mi ritornò la voce di mia madre: “Lassa su ’e lassare”. Era giovane il pilota, moro, ricciuto, e vestiva l’uniforme militare con molte decorazioni sul petto. Nel sedile di fianco a lui, imbragato con la cintura c’era un valigione. Mi ricordai allora le parole di mamma: “Lea su ’e leare”. Sciolsi e tirai fuori il valigione e in pochi minuti ero nuovamente al sicuro nel mio nascondiglio. Giusto in tempo! Il cielo si andava coprendo di strani velivoli, silenziosi come alianti, con le carlinghe costituite da semplici tralicci, che incrociavano sul jet caduto. Alcuni apparecchi si posarono al suolo, silenziosamente come gigantesche libellule. Da uno di essi spuntò fuori il Capo e gridò: “La bandiera! Avvolgete l’Eroe nella bandiera!” Dopo un po’ erano tutti scomparsi, silenziosamente come erano arrivati. Stavo per uscire dall’anfratto, quando vidi proprio all’imbocco un gatto soriano che mi guardava con uno sguardo furbesco e malizioso, anzi mi pareva che mi sorridesse. Gli chiesi (chissà perché in dialetto): “E tue, chie ses?” (E tu, chi sei?). Mi rispose: “Deo so s’attu ’e su fizu ’e su re, chi hat bìnchidu sa gherra e si c’hat furadu su ’inari” (Io sono il gatto del figlio del re, che ha vinto la guerra e s’è rubato i soldi). E con lo strano …sorriso, ammiccava verso il valigione.
29 settembre 2000