52  Il Capitano

Pensieri

Ricordo la prima volta che lo vidi, un pomeriggio dell’autunno 1945. Ero ad Oristano da pochi giorni. Piovigginava. Stavamo andando al cinema, io e il mio amico Masino. Ricordo che gli chiesi: “E quello, cosa fa?” Masino mi rispose: “Abbassa l’ombrello, non guardarlo e passa dritto”. Io sbirciai ancora un po’ sotto la falda dell’ombrello quello strano uomo; se ne stava presso il monumento di Eleonora d’Arborea, fermo sotto la pioggia, una cartella sotto il braccio, una bacchetta in mano. Indossava un trench, ma aveva le gambe nude, i peli irti per il freddo; ai piedi un malandato paio di mocassini.

Passati oltre, Masino mi ragguagliò. Quell’uomo, ex ufficiale dell’esercito, era tornato dalla guerra vivo; ma sotto un pesante cannoneggiamento degli inglesi aveva visto morire buona parte dei suoi uomini, dilaniati dalle bombe, ed era impazzito. Portato prigioniero in Inghilterra, era stato liberato e rimpatriato tramite la Croce Rossa. Ora se ne stava quasi sempre fuori casa, a dar corpo alla sua idea fissa: non senza difficoltà, raggruppava un pugno di passanti (che per lui erano i suoi soldati), e trovata una panchina, o un davanzale o un qualunque appoggio, svolgeva una logora cartina topografica che teneva nella cartella, e indicando i vari siti e i percorsi con la bacchetta, spiegava il suo piano tattico per far tacere quei maledetti cannoni.

Dopo quel giorno, l’ho visto ancora tante volte, in vari punti della città, spiegare i piani d’azione alla sua “truppa” raccogliticcia. Notavo che la gente quasi si prestava alla pantomima, ma senza irridere; anzi era evidente un generale senso di disagio. D’altronde, il “Capitano” (così tutti lo chiamavano), nonostante la follia, manteneva un certo suo austero atteggiamento, come di persona avezza a dare ordini ed a farsi ubbidire; il che rendeva la scena ancor più compassionevole. Una volta, peraltro, mi capitò di assistere ad una grottesca variante. Un tale, visto che il Capitano la tirava per le lunghe, immedesimandosi astutamente nella scena, si offerse come volontario per aggirare le linee nemiche e chiamare soccorsi. Il Capitano lo elogiò, si annotò il nome del “soldato”, gli affidò un breve messaggio da consegnare a non so chi e gli ingiunse di andare “di corsa”… E quello di corsa se ne andò.

Alcuni miei compagni mi raccontarono che i momenti peggiori il povero demente li passava quando veniva il temporale. Allora entrava proprio in crisi. I familiari a fatica lo trattenevano in casa, ma non potevano impedirgli di affacciarsi al balcone. Fra il saettare dei lampi ed il rimbombo dei tuoni, gridava a squarciagola: “Sentinella, all’erta! Sentinella, all’erta!”…

Dopo qualche mese non l’ho più rivisto; seppi che il suo stato andò sempre più aggravandosi, e finì in manicomio.

27 novembre 2000