31 La preghiera
A mio modo di vedere, “preghiera” è qualunque moto dell’anima, mentale o espresso, ma anche a livello inconscio, tendente a porsi in qualche modo in colloquio con il suo Creatore. Questo atteggiamento dell’anima è comune a tutti i popoli, fin dai primordi dell’umanità. Nelle forme rituali, essa trae origine, verosimilmente, dalla consapevolezza che l’uomo ha della propria precarietà, della propria finitezza, dei bisogni, dei pericoli, della incontrastabile e avversa potenza dei fenomeni fisici della natura. Quindi la preghiera “liturgica”, quasi sempre, altro non è che richiesta di grazie dell’uomo conscio della propria impotenza, all’Onnipotenza soprannaturale (bellissimo l’attributo logudorese: “Su Soberanu”).
Pregare, però, non significa solo chiedere grazie; pregare è anche l’intimo pensiero che l’anima rivolge a Dio per ringraziarlo di tutti i doni di cui in continuazione ci colma, anche di quelli di cui non ci rendiamo conto perché spesso incapaci di percepire l’essenza delle cose. Ma pregare è anche il rivolgere il pensiero a Dio nella forma più semplice, pur di essere in qualche modo in contatto con Lui; qualcuno ha paragonato questa forma elementare di preghiera a un bambino piccolo che istintivamente tende la mano alla mamma per muovere i primi incerti passi: tra loro non ci sono discorsi, ma l’intesa è perfetta, reciprocamente appagante.
L’anima umana tende a Dio istintivamente, perché da Dio è stata creata: essa non ha nulla di materiale, anche se interferisce profondamente nella materialità dell’uomo. Quindi il suo destino, essendo emanazione dell’Eterno, non può essere “finito” come la materia, ma “infinito”, cioè eterno. Quindi l’anima, per sua natura, anela all’infinito; la preghiera è “nostalgia di Dio”.
15 marzo 2000