44  Testimonianze

Pensieri

Domine, labia mea aperies
Et os meum annunciabit laudem tuam.

Spesso, parlando con certi giovani, o sentendoli parlare, resto sconcertato dal loro vuoto culturale che appare evidente qualsiasi argomento si tocchi (salvo gli eroi del calcio o i divi delle canzonette), ma soprattutto quando si parla di religione. Moltissimi (e non solo fra i giovani) negano addirittura anche la storicità di Gesù Cristo (“È un’invenzione dei preti” - dicono). Pazzesco! Oltre ad essere ignoranti, è evidente che parlano a vanvera, né accettano di discutere sull’argomento per mera pigrizia mentale. È comprensibile che, per un certo senso di stima di sé e delle proprie capacità intellettive e di giudizio, taluno sia portato a non accettare passivamente la religione dei padri, ma ad essere esso stesso il solo a decidere in materia. E qualunque scelta, che sia però frutto di approfonditi studi e rigorose riflessioni, è sempre preferibile alla negazione tout court dell’esistenza e dell’operato di Gesù Cristo. Anche se io penso che uno studio serio porta inevitabilmente alla verità: Gesù è realmente vissuto tra gli uomini.

Tante volte avrei voluto parlare delle cose che scriverò qui appresso, se avessi avuto la certezza che qualcuno sarebbe stato ad ascoltarmi.

Per rendersi conto della verità, poi, non occorrono grandi studi; anche prescindendo dagli evangelisti e da San Paolo, gli storici (antichi e moderni) hanno già scritto tutto, verificato tutto il verificabile. La nascita del Cristo, la sua predicazione e la sua morte in croce sono fatti storicamente provati, inconfutabili. Quindi, chi nega questa verità lo fa solamente, come ho detto, per ignoranza o per pigrizia mentale. O forse per scelta: la scelta, cioè, del rifiuto dell’insegnamento di Gesù. Ma questo è un altro discorso.

Ora mi preme parlare delle testimonianze, a cominciare dai racconti scritti dai “testimoni oculari”, cioè da coloro che sono stati al fianco di Gesù durante i tre anni della sua predicazione, fino alla sua morte e risurrezione, e che quindi non hanno scritto “per sentito dire”: Matteo e Giovanni. Tralascio qualunque notazione sull’autenticità dei vangeli, universalmente accettata. Matteo (Levi) era un pubblicano, cioè un appaltatore delle imposte, categoria questa fortemente odiata dal popolo per l’esosità dei gabellieri. Ma quando Gesù lo chiama, Matteo lascia il suo banco e lo segue. È da tenere presente che Matteo è dunque uno che sa leggere e scrivere, che sa fare i conti, in una parola è uno “coi piedi per terra”: non è certo un visionario. Giovanni è il discepolo prediletto di Gesù, chiamato al suo seguito quando era ancora un ragazzo, e che è stato al fianco del Cristo fino alla sua morte sulla croce. Giovanni ha scritto il suo vangelo (detto “spirituale”) quand’era vecchissimo di età, e cioè verso la fine del I° secolo, quasi ad integrazione dei precedenti tre vangeli cosiddetti “sinottici” (per l’evidente parallelismo dei fatti narrati) di Matteo, Marco e Luca.

È verosimile che i predetti discepoli, e tutti gli altri chiamati al suo seguito da Gesù, abbiano appreso direttamente da lui (ma anche da sua madre Maria) i particolari relativi alla nascita e alla fanciullezza del Redentore, narrati nei vangeli. Quanto poi alla predicazione ed ai miracoli eseguiti da Gesù Cristo, abbiamo la certezza che quanto si legge nei vangeli non sia che un breve florilegio della mole dei suoi insegnamenti e fatti portentosi da lui operati. San Giovanni infatti chiude il suo libro con queste parole:

“Vi sono ancora molte altre cose fatte da Gesù, che se si volesse scriverle ad una ad una il mondo intero, credo, non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere.” (Giov., 21/25).

Altra fondamentale testimonianza della vita terrena del Cristo l’abbiamo dall’“Apostolo delle Genti”, San Paolo. Ebreo di Tarso in Cilicia (attuale Turchia Sud-occidentale), educato al più stretto farisaismo, partecipò attivamente alla lotta del giudaismo contro i primi cristiani. Quando ebbe la famosa visione che determinò la sua conversione, stava appunto recandosi, con numeroso seguito, a Damasco dove, munito di apposite lettere credenziali dei capi, doveva mettere in catene i cristiani che si trovavano in quella città. Paolo (già Saul o Saulo) era pressoché coetaneo di Gesù Cristo (essendo nato nel 2 o 3 dC); il suo stesso attivismo contro di lui, poi, è inconfutabile testimonianza della esistenza e predicazione di Gesù.

Ed ora veniamo alla morte di Cristo. Il racconto dei vangeli è abbastanza particolareggiato, ma voglio richiamare l’attenzione su un dettaglio. Quando il governatore romano Pilato lascia Gesù in mano alla tumultuosa e sanguinaria folla di Giudei perché lo crocifiggessero, è verosimile che abbia dato opportune disposizioni ai suoi soldati (qualche drappello o forse una centuria) perché vigilassero sulla esecuzione della sentenza e perché soffocassero eventuali tumulti. Ed infatti, la presenza dei soldati è citata in tutti i vangeli. Questo particolare è rilevante ai fini dell’accertamento della morte del Cristo. Ricordiamoci che si era di venerdì; era quindi il giorno in cui gli Ebrei “preparavano” ogni cosa in vista del successivo giorno festivo del sabato, in cui era vietata qualunque attività: quindi ogni cosa che non potesse essere rimandata al giorno dopo il sabato doveva essere completata nel venerdì. Ed è per questo motivo che i Giudei chiesero ai soldati di spezzare le gambe ai tre crocifissi (Gesù e i due ladri), proprio per farli morire alla svelta e consentirne la deposizione e seppellimento in quello stesso giorno. I soldati, come chiesto loro, spezzarono le gambe ai due ladri, ancora vivi, ma non a Gesù perché videro che era già morto; e non possiamo aver dubbi su questo, considerando la “dimestichezza” che i soldati avevano con la morte. Uno dei soldati (verosimilmente il centurione che li comandava), poiché avrebbe poi dovuto “fare rapporto” al governatore sull’esecuzione della sentenza, per maggior sicurezza trafisse con la lancia il costato di Gesù, ovviamente per colpirne il cuore. È significativo come San Giovanni, presente sul Golgota, racconta questo fatto:

“I soldati… venuti a Gesù, siccome videro che era già morto, non gli spezzarono le gambe; ma uno dei soldati gli aperse il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue ed acqua. Chi vide ha attestato; la sua testimonianza è vera; ed egli sa di dire la verità, affinché crediate anche voi.”

Perché Giovanni pone in tanta evidenza questo particolare del racconto, questa testimonianza (che poi è sua propria)? Probabilmente per mettere a tacere quanti, ponendo in dubbio che Gesù fosse davvero morto sulla croce, avrebbero quindi potuto negare, in seguito, che egli fosse davvero risuscitato dai morti, e dimostrare pertanto che egli non era il Figlio di Dio.

Andiamo oltre. La sera si avvicina, bisogna far presto. Giuseppe d’Arimatea, appena morto Gesù, va da Pilato a chiederne il corpo per metterlo nel sepolcro prima di notte. E qui troviamo la testimonianza del centurione. Leggiamo nel vangelo di Marco:

“Pilato si meravigliò che (Gesù) fosse già spirato, e chiamato il centurione gli domandò se fosse già morto. Conosciuta dal centurione la verità, donò il corpo a Giuseppe.”
(Mr. 16 / 44, 45).

Mi sono dilungato tanto sulla morte di Gesù perché questo fatto, storicamente certo, ci deve far convinti, senza ombra di dubbio, che egli era davvero uomo come noi. Ma nel contempo la sua morte è presupposto della sua risurrezione, e quindi la stessa sua morte ci deve far convinti altresì che egli è vero Dio perché è risuscitato.

Giuseppe d’Arimatea, dunque, compra un lenzuolo bianco, con l’aiuto di Nicodemo (Fariseo, ma discepolo occulto di Gesù) depone il corpo dalla croce, lo involge nel lenzuolo e lo sistema nel sepolcro che si era fatto scavare nella roccia, in un campo poco distante e dove non era mai stato deposto nessuno. Fa poi rotolare una grande pietra a chiudere l’accesso al sepolcro, e se ne va. A tutte queste operazioni hanno assistito, sedute dirimpetto al sepolcro, alcune donne: Maria Maddalena e Maria madre di Giuseppe (d’Arimatea?) e altre.

La mattina (del sabato) i principi dei sacerdoti e i Farisei, ricordatisi che Gesù aveva detto: “Dopo tre giorni risusciterò”, si riunirono presso Pilato per chiedergli di ordinare un servizio di guardia al sepolcro almeno fino al terzo giorno, “affinché i suoi discepoli non vengano a rubare il corpo e poi dicano al popolo: <È risorto dai morti>” Pilato rispose: “Avete la guardia; andate, custodite come vi pare.” - “Ed essi andarono ad assicurare il sepolcro sigillando la pietra e mettendovi la guardia.” (Mt. 27 / 62 e seg.).

Dunque, riepilogando: Gesù è inconfutabilmente morto e deposto nel sepolcro. Poiché il luogo, stando al racconto dei vangeli, è rimasto incustodito tutta la notte tra il venerdì e il sabato, è ovvio che i principi dei sacerdoti e i Farisei, prima di sigillare la pietra e mettere la guardia, si siano sincerati che il corpo fosse nel sepolcro e che il morto fosse proprio Gesù.

Ed ora veniamo alle testimonianze della risurrezione. All’alba del primo giorno dopo il sabato, le due Marie si recarono a visitare il sepolcro. Immaginiamo il loro stupore, anzi il loro terrore per quanto avvenne al loro cospetto. Leggiamo in Matteo:

“Ed ecco vi fu un gran terremoto, perché un angelo del Signore scese dal cielo e appressatosi, rovesciò la pietra e vi si sedette. Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste come di neve. Per paura di lui, le guardie si spaventarono e rimasero mezzo morte. Ma l’angelo prese a dire alle donne: <Non temete voi; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui; è risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli ch’egli è risuscitato. Ecco, vi precede in Galilea; là voi lo vedrete. Ecco ve l’ho detto>”.

Osserviamo in questo racconto un particolare molto interessante: le guardie si spaventarono e rimasero mezzo morte; dunque, nessuno le ha assalite; chè altrimenti si sarebbero difese (magari riportando ferite o contusioni). Il fatto avrebbe però suscitato grande scalpore e dato ai giudei il destro per imputare ai cristiani la sottrazione e l’occultamento del corpo di Gesù e ridicolizzare quindi la storia della risurrezione. Dunque, le guardie sono rimaste tramortite per un evento non causato dall’uomo e in forza di quello stesso evento il sepolcro rimase vuoto.

Leggendo l’ultima parte del Vangelo di S. Matteo (Mt. 28/11 e ss.), dove è narrata la corruzione delle guardie da parte dei capi dei sacerdoti, troviamo l’ennesima conferma della storicità della portentosa risurrezione di Gesù.

Alcune guardie, riavutesi dallo choc, corrono a riferire l’accaduto ai capi dei sacerdoti. Questi si riuniscono con gli anziani e dopo essersi consultati, corrompono con una grossa somma di danaro le guardie, ingiungendo loro di andare a dire in giro che, mentre dormivano, erano venuti i discepoli ed avevano portato via il corpo di Gesù. E le guardie, intascati i soldi, così hanno fatto e la diceria si è divulgata fra i Giudei.

Come mai i sacerdoti e gli anziani, anziché incriminare le guardie per “violata consegna”, ricorrono alla corruzione? Ma è chiaro: essi non hanno messo minimamente in dubbio il racconto delle guardie, perché erano perfettamente a conoscenza della mole dei prodigi operati da Gesù in quegli anni e pertanto, in cuor loro, lo ritenevano capace di ogni portento, anche di risorgere dalla morte. E come poi la diceria abbia potuto attecchire fra i detrattori di Gesù e dei suoi seguaci è comprensibile: chi odia qualcuno, fa propria ogni falsità e insinuazione che possa tornare a scapito della persona odiata. Nel caso in questione, però, bastava poco per smantellare la menzogna: se le guardie dormivano, non avrebbero potuto vedere i discepoli che asportavano dal sepolcro il corpo di Gesù. E se li avessero visti, certamente avrebbero reagito.

Ma torniamo alle due donne. Fu mentre correvano in città a raccontare l’accaduto ai discepoli che Gesù venne loro incontro e le salutò. Dice ancora Matteo: “Ed esse, accostatesi, gli strinsero i piedi e l’adorarono.” Notiamo bene: “gli strinsero i piedi”; cioè Gesù non era un fantasma; era vivo, col suo corpo.

Venuta la sera, mentre i discepoli (assente Tommaso) si trovavano riuniti in un luogo, a ‘porte chiuse’ per paura dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro, li salutò, mostrò loro le ferite delle mani e del costato. Chiese anche da mangiare; gli diedero un po’ di pesce ed un favo di miele, e mangiò. Segno che non era un fantasma.

Quello stesso giorno Gesù si accompagnò a due discepoli che da Gerusalemme si recavano ad Emmaus; conversò con loro, ma essi non lo riconobbero. Fu solo più tardi, mentre cenavano insieme, che lo riconobbero quando prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo porse loro (Lc. 24 / 30). Dunque, non era un fantasma.

Otto giorni dopo, Gesù apparve nuovamente ai discepoli. Questa volta c’era anche Tommaso. Il fatto è universalmente conosciuto: Tommaso toccò con mano le ferite di Gesù.

Voglio inoltre citare la testimonianza di S. Paolo, che nella 1a lettera ai Corinti (15 / 5 e segg.) fa una breve elencazione dei primi discepoli che videro Gesù risorto:

“…e fu visto da Cefa e poi dai Dodici. Dopo fu visto da più che cinquecento fratelli in una volta, dei quali i più son tuttora viventi, solo alcuni sono morti.. Poi fu visto da Giacomo, poi da tutti gli apostoli, in ultimo di tutti fu visto da questo aborto che son io…”

Un ultimo pensiero. Mi sono chiesto, talvolta, perché Gesù sia risorto recando nel suo corpo, ben visibili, le lacerazioni subite nella crocifissione, mentre sarebbe potuto risorgere con un corpo mondo da ogni segno di violenza: a Lui nulla è impossibile. Gesù quindi, ha voluto intenzionalmente mantenere, nel risorgere, le ferite aperte proprio per far capire ai suoi discepoli che, come uomo, non sarebbe potuto sfuggire alla morte. Ma quelle stesse ferite aperte, che tutti vedevano e potevano toccare, gridavano ora la gloria di Gesù-Dio, che risorgendo aveva sconfitto la morte!

Forse sembrerà strano che, nello scrivere questi miei poveri pensieri, abbia dato tanto spazio alla morte ed alla risurrezione di Gesù Cristo. La questione, però, per i credenti è di fondamentale importanza. La Chiesa costituisce un ‘Corpo mistico’ di cui Cristo è il capo ed i fedeli sono le membra; il capo e le membra sono uniti da intima connessione, per cui se il capo, che è Cristo, è risorto,anche le membra, cioè i fedeli, dovranno risorgere dalla morte fisica. Cito ancora S. Paolo (ibidem, 15 / 13 ss.):

“Se non ci fosse la risurrezione dei morti, neanche Cristo sarebbe risorto; se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra predicazione, e vana la vostra fede…”

La risurrezione del corpo umano del Cristo è quindi la base su cui è fondata la speranza della salvezza (anima e corpo) dei credenti. E la speranza, supportata dalla parola dello stesso Cristo, è certezza.


Le precedenti notazioni e citazioni non sono altro che “testimonianze storiche”, attinenti direttamente alla crocifissione, morte e risurrezione di Gesù. Non posso, però, chiudere questo argomento senza far memoria di un altro tipo di testimonianza; quella di quanti, nelle situazioni più pericolose e sotto le persecuzioni, hanno suggellato col sacrificio della propria vita la loro fede incrollabile nel Cristo morto e risorto, dal tempo di Gesù fino ai nostri giorni, cioè dei Martiri.

Mi soffermo un attimo sul primo Martire: S. Stefano. Stefano era un diacono, attivissimo sia nella predicazione che nelle opere caritatevoli a favore dei primi cristiani. Con coraggio inaudito, rinfacciò ai Giudei davanti al Sinedrio e al sommo sacerdote il loro disconoscimento dei profeti, li accusò di aver preferito l’assassino Barabba al Giusto dei giusti, Gesù, uccidendolo sulla croce. I Giudei si turavano le orecchie per non sentirlo; unanimemente gli si scagliarono addosso e lo trascinarono fuori città per lapidarlo. Per aver maggiore libertà di movimenti, i lapidatori si tolsero le vesti, dandole in custodia ad un giovane: Saulo. “E Saulo consentì alla morte di lui.” (At. 7 / 60). Stefano morì implorando a gran voce Dio perché perdonasse i suoi assassini.

Poi vennero le grandi persecuzioni dei Romani, a cominciare da Nerone (sotto il quale trovarono la morte S. Paolo e S. Pietro), da Domiziano (famoso per le “torce umane”, cioè i cristiani arsi vivi, che illuminavano di notte i giardini imperiali), fino agli editti di Decio, Valeriano e Diocleziano. Diecine e diecine di migliaia di cristiani trucidati, costretti ad affrontare inermi le belve nelle arene, arsi vivi per non aver voluto rinnegare la fede in Cristo.

Ed anche nelle epoche successive all’ impero romano, in ogni angolo della terra vi furono numerosi martiri sia tra i propagatori della fede, che tra i fedeli. Ma è stato proprio in questo nostro secolo, il Novecento, che si è avuto un numero enorme di martiri cristiani, quantificati dai più recenti studi in circa tre milioni, senza contare i cosiddetti “martiri involontari”, ossia quei cristiani che incapparono “in una rete di violenza dalla quale sarebbero volentieri fuggiti” (M.S.A.). Le stragi più numerose si ebbero nei Paesi a regime comunista, in primo luogo la Russia; quindi in Messico, nella Spagna pre-Franco, in Cina, un po’ dappertutto in Africa, ed in Europa nei lager nazisti.. E anche la mafia ed i narcotrafficanti in Centro- America e qui da noi hanno assassinato religiosi “scomodi”. Un mare di sangue! Un mare di sangue a testimonianza della fede nell’Unico vero Dio. Altro che “invenzione dei preti”!

15 settembre 2000