62 L’incidente
Era il 3 giugno 1963. Ricordo: era una bellissima giornata senza vento, il cielo terso d’un azzurro intenso, in quell’ora del mattino (saranno state le otto). Andavo per servizio ad Iglesias: dovevo sbrigare alcune pratiche all’Ufficio del Registro, il che avveniva spesso. In genere, andavo con l’autista dell’Ente, ma quel giorno egli era “a disposizione” per altro servizio. Se fossi andato col mezzo pubblico, avrei perso un’intera mattinata per pratiche di scarso rilievo; quindi la direzione mi consentì di usare un altro mezzo del Consorzio, ma senza l’autista. L’auto era una delle due Fiat “Multipla”, acquistate da appena qualche mese. Prima di partire, chiesi all’autista se il mezzo fosse in buona efficienza; egli mi rassicurò ampiamente.
Allora la Statale 126 attraversava la frazione di Flumentepido (non esisteva ancora la variante da Is Serafinis a Sirai). Ed il fatto avvenne proprio a metà della discesa tra Flumentepido e la Ceramica. Andavo tranquillo a non più di 70 all’ora. All’improvviso, a non più di 20 metri davanti alla macchina, una lepre attraversò la strada come una saetta. Ebbi appena il tempo di pensare: “Toh, una lepre!” I fatti repentini spesso ci fanno venire pensieri repentini, cioè non meditati, a volte futili e ininfluenti sul nostro comportamento. Quello era un pensiero inopportuno. Il pensiero giusto (se avessi avuto tre secondi di tempo per “pensarlo”) sarebbe stato: “Se la lepre va così di fretta, ha il cane dietro”. E infatti c’era il cane! Me lo vidi sbucare sulla destra, lanciato all’inseguimento, incurante della macchina. Vederlo e frenare fu tutt’uno, d’istinto.
I freni erano registrati male, anzi malissimo. Le ruote destre si bloccarono, ma non le sinistre, per cui la macchina girò su se stessa e incominciò a rotolare sull’asfalto. A quel tempo, non esistevano le cinture di sicurezza, e quindi mi ritrovai sbalzato e sbattuto da ogni parte come un dado nel bussolotto, o per meglio dire, come se fossi in balia di alcuni malfattori che mi picchiassero da tutte le parti. Dopo aver rotolato e strisciato sull’asfalto per un tempo che mi sembrò un’eternità, l’auto precipitò, sempre rotolando, per una scarpata di quattro o cinque metri e finalmente si fermò sul fondo di un colatore in cemento, completamente sfasciata.
Si dice che nei momenti di estremo pericolo, il cervello si scateni in un’attività frenetica, paragonabile a quella di un computer, compattando in tempi strettissimi una miriade di sensazioni e di pensieri che in situazioni normali, per essere razionalmente concepiti, richiederebbero ore di meditazione. È vero: io questa situazione l’ho vissuta in quei momenti terribili, e qui posso solamente sintetizzarla. Il pensiero fondamentale era quello della morte imminente: “è così che si muore negli incidenti stradali!”; nel contempo pensai a Elena che sarebbe rimasta sola ad affrontare una vita forse di stenti, con due creature da far crescere; e pensai a Fabio ed a Franco, che non avrei più rivisto (“che dirà loro la mamma, quando chiederanno di me?”); e pensai alla possibilità che mi venisse addossata la responsabilità dell’accaduto e che quindi i relativi aggravi sarebbero ricaduti su Elena… E tanti altri pensieri, riguardanti me stesso, la mia coscienza, la mia vita. Insomma, per pensare tutto questo con agio, seduto in poltrona, non mi sarebbe bastata un’ora di tempo; ma lì, dentro la macchina impazzita, mi bastarono quindici, venti secondi, perché non più di tanto durò l’incidente.
Quando dunque il bussolotto si fermò in fondo al canale, resomi conto che non ero morto, pur essendo tutto coperto di sangue e ammaccato in ogni parte, uscii dai rottami attraverso il lunotto posteriore (rimasto senza vetro) e strisciando a fatica sul terreno, risalii la scarpata, fino al margine della strada, dove mi abbandonai sfinito. L’ultima cosa che vidi prima di perdere i sensi e che ancora è fissa nella memoria, è una pianticella di trifoglio con due fiorellini rossi a un palmo dai miei occhi.
Il fatto più strabiliante, in tutta questa vicenda, è proprio l’incredibile, fulminea attività cerebrale; è stato come se il cervello, consapevole della possibilità di una fine imminente, avesse concentrato e messo in azione tutta la sua potenzialità per esaminare e graduare i danni incombenti, e vedere se vi fosse una via di salvezza.
Epilogo. - Passò un Buon Samaritano (non col cavallo, ma con un furgone Alfa-Romeo), e mi portò all’ospedale. Rinvenni al Pronto Soccorso, mentre mi prestavano le cure del caso. Avevo le spalle e la schiena come se fossi passato sopra la piallatrice d’un falegname; lividi ed ematomi un po’ dovunque, ma niente di grave, salvo la frattura di due costole, per le quali, oltre una fasciatura, non ci fu nulla da fare ed infatti ne porto sempre le conseguenze nell’emitorace sinistro.
La Polizia Stradale avvertì dell’incidente il Consorzio, e siccome il comandante aveva asserito che, da come era ridotta la macchina, era impossibile che qualcuno ne fosse uscito vivo, tutti i colleghi che venivano a trovarmi, mi trattavano come se fossi un miracolato.
Non so neanch’io perché mi sia venuto l’impulso di ricordare questo episodio della mia vita, avvenuto tanti anni fa; forse per trarne qualche considerazione. Si potrebbe dire, per esempio: dal pauroso incidente sei uscito vivo solo per caso. Ma cos’è il caso? O non è forse meglio, e più comprensibile, parlare di coincidenza di cause ed effetti? Se il cane non avesse stanato la lepre (causa), io non avrei frenato bruscamente (effetto) e l’incidente non sarebbe avvenuto. Oppure: se la scarpata fosse stata più profonda e non ci fosse stato il canale in cemento (cause), sarei rimasto schiacciato dentro il relitto della macchina (effetto). Ma anche: se la macchina avesse avuto i freni a posto, non sarebbe successo nulla. Coincidenze, solo coincidenze. Perché non ci chiediamo, piuttosto: Chi governa le coincidenze? Io una risposta ce l’avrei. Il Governatore, (ma è più bello il logudorese: su Soberanu) è Colui che per bocca del profeta ha detto:
“Quanto il cielo sovrasta la terra, così i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri, i miei disegni sovrastano i vostri disegni”.
Ultima notazione: lo stesso giorno in cui io ebbi salva la vita nell’incidente, moriva il Papa Buono Giovanni XXIII. Altra coincidenza, ma solo temporale.
11 settembre 2001