28 Mario
All’epoca della vicenda che sto per narrare (anni ’70), Mario aveva una cinquantina d’anni, forse cinquantacinque. Era un bell’uomo aitante, d’aspetto giovanile, energico, molto franco e schietto. Era considerato uno dei migliori acquaioli dell’Ente e si faceva rispettare. Aveva fatto la guerra col grado di sergente nel Fronte Libico, e si era guadagnato un paio di decorazioni al Valore. Nel servizio era irreprensibile.
A un certo punto, però, cominciarono a giungere in Amministrazione i primi certificati-medici. Un giorno venne lui stesso in ufficio a presentare un certificato di prosecuzione di malattia. Oh Dio! Era irriconoscibile; smagrito all’osso, gli occhi infossati sembravano ingranditi e luccicavano per la febbre. Senza preamboli, ma abbastanza calmo, ci informò: “Cancro allo stomaco.” Ci sentimmo tutti impacciati, senza parole. Lui liquidò alla svelta la questione con un “Vaff…” e un’alzata di spalle. Ma siccome aveva ancora lo spirito del combattente, ci disse che le avrebbe tentate tutte prima di arrendersi.
Vista ormai l’inutilità delle cure tradizionali, si mise in lista d’attesa per il “Siero del dott. Bonifacio”, che veniva allora decantato come un preparato miracoloso. E infatti, poco tempo dopo, ottenne e assunse quel farmaco. Gli effetti furono strabilianti, incredibili. In breve, si ristabilì, riacquistò le forze e si rimise in carne. La malattia sembrava regredita, anzi scomparsa del tutto. Mario riprese normalmente il servizio.
Lo rividi ancora qualche volta per questioni di ufficio. Mi raccontò che stava tribolando per una storia con un vicino di casa. Si trattava di questo. Il vicino aveva un asino che gli serviva per andare in vigna e per portare gli attrezzi. La notte lo legava in un giardinetto adiacente alla casa di Mario. Invariabilmente ogni notte, sia che gli giungessero gli effluvi di qualche asina con l’estro, sia per chissà quale altro motivo, quell’asino si metteva a ragliare, non una, ma tante e tante volte, a intervalli regolari come un antifurto elettronico. E il povero Mario, la moglie e i figli passavano le notti pressoché insonni. Quindi bisticci quotidiani col vicino, minacce di denuncia ai Carabinieri; insomma, non c’era più pace. Mario sosteneva che l’asino poteva benissimo esser lasciato nella vigna che non era lontana dal paese; il vicino obiettava che non poteva rischiare che glielo rubassero.
Per farla breve, dopo qualche settimana di ragli e di notti in bianco, una mattina il vicino trovò l’asino morto stecchito. Fu un finimondo! Da una parte accuse esplicite e minaccia di denuncia per danneggiamento; dall’altra, minaccia di denuncia per calunnia. Alla fine, però, nessuno dei due mise in atto le minacce: il vicino, perché avrebbe dovuto sottoporre l’asino morto ad autopsia, che gli sarebbe costata quanto due asini vivi; l’altro, perché ormai poteva dormire tranquillo e non c’era più motivo di litigare.
Tutto sembrava ormai dimenticato. Mario faceva il suo servizio; il vicino, anziché comprare un altro asino, si comprò un motocarro “Ape”.
Avvenne così che un giorno i due si incontrarono. Mario percorreva a piedi un sentiero sabbioso, non più largo di un metro e mezzo, delimitato da ambe le parti da alte e fitte siepi di fico d’India, rovi e pruni; l’altro gli veniva incontro col motocarro,che passava a mala pena nello stretto viottolo. Come vide Mario, egli accelerò. Mario capì al volo che l’avversario intendeva travolgerlo, e che non c’era scampo. Non restava che correre a perdifiato nella speranza di trovare qualche slargo nella siepe per salvarsi. Mario sentiva dietro di sé il rumore del motore sempre più vicino. Alla fine, si gettò tra i rovi e gli spini proprio quando stava per essere travolto. Il motocarro passò senza rallentare e si allontanò. Mario era salvo, anche se malconcio per i graffi e le trafitture.
Qualche giorno dopo, il male si risvegliò più virulento di prima. Mario ne attribuiva la causa all’emozione e alla corsa davanti al motocarro.
Sopravvisse solo qualche mese.
4 febbraio 2000