30  Il processo

Pensieri

Il fatto che sto per raccontare ebbe il suo prologo verso la fine dell’estate del 1959 e il suo epilogo, giorno più, giorno meno, a metà marzo 1961. La cosa in sé, per chi la sentisse raccontare, forse non avrebbe alcuna importanza; per me, invece, ha rappresentato (e ancora rappresenta) uno di quei fatti che segnano profondamente la vita nell’intimo della coscienza.

Tutti noi impiegati (tecnici ed amministrativi) eravamo allora (1959) impegnati in un frenetico lavoro: si stava approntando tutta una serie di progetti relativi alla ricostruzione della borgata di Palmas, nonché alla espropriazione degli immobili della vecchia borgata, da demolire a seguito delle infiltrazioni d’acqua provenienti dal serbatoio di Monte Pranu. Bisognava far presto, il più presto possibile, per rientrare nei termini previsti per poter fruire degli appositi finanziamenti pubblici. Si lavorava come matti, con la massima dedizione (quelli erano davvero “tempi eroici”!). Ricordo che una volta abbiamo addirittura “fatto l’alba” con molto caffè e anche con un po’ di simpamina.

La mia situazione personale era poi ancor più difficile, per le preoccupazioni che avevamo in famiglia: Elena aspettava Fabio e la gestazione era alquanto difficile.

Un giorno mi venne notificato un atto giudiziario. Si trattava di un verbale di contravvenzione (anzi, di parecchie contravvenzioni), elevato dai vigili urbani di Cagliari, secondo i quali, in un giorno che non ricordo, stavo gareggiando con altri motociclisti nel trafficatissimo Viale Trento, con grave pericolo di provocare incidenti, producendo rumori molesti; e soprattutto non mi ero fermato all’alt dei vigili, anzi li avevo sbeffeggiati. Insomma, ce n’era da spedirmi a Buoncammino per chissà quanto.

La cosa mi preoccupò subito, perché il numero di targa rilevato dai verbalizzanti corrispondeva a quello della mia “Vespa”: 33326. Comunque, mi si dava un certo termine per opporre ricorso e per presentare eventuali prove a discolpa; nel qual caso, a suo tempo, si sarebbe celebrato il regolare processo di primo grado.

Con la serenità dell’uomo onesto, sicuro di poter dimostrare al mondo intero la mia rettitudine e anche la leggerezza con cui talvolta i vigili rilevano i numeri di targa, ho inoltrato il ricorso, con allegata dichiarazione firmata dal Commissario Straordinario e dal Direttore dell’Ente, dalla quale risultava che nel giorno e nell’ora indicata nel verbale, io ero al mio posto in ufficio. Allegai inoltre un certificato medico da cui risultava lo stato di gravidanza di mia moglie e la non facile gestazione. “Ad abundantiam”, mi permisi di allegare anche una copia di un articolo di un giornale relativo alle sviste dei vigili nel rilevare le targhe: spesso il numero 3 veniva letto 8, e viceversa.

L’epilogo venne a metà marzo 1961, pochi giorni dopo la nascita di Franco. Venni convocato al Palazzo di Giustizia di Cagliari, dove mi presentai almeno un’ora prima di quella fissata per la causa. Ne approfittai per fare una capatina in Cancelleria, per chiedere se fosse possibile anticipare anche di poco il processo, in quanto ero preoccupatissimo per lo stato di salute di mia moglie, per via di una grave emorragia “post partum”. Il Cancelliere Capo, una persona molto educata e gentile, mi fece notare che ormai il fascicolo era nelle mani del pretore, già in aula, e che comunque non sarebbe in nessun modo potuto intervenire. Non mi restò che aspettare pazientemente che venissi chiamato. Quando fu il mio turno ed entrai nell’aula, vidi subito che non ero cascato bene. Chiarisco. Nei tre anni (1952-1955) trascorsi a Cagliari nello studio notarile, per motivi di lavoro mi recavo spesso al Palazzo di Giustizia, e avevo avuto modo di conoscere parecchi magistrati, cancellieri e avvocati. Il pretore che doveva giudicarmi era un uomo con qualche problema, di salute e d’altro. Aveva la faccia scarna e gialla e si diceva, allora, che fosse alcolista.

Dunque, con un cenno mi indicò il banco degli imputati, dove mi sedetti. Dandomi del tu, mi chiese chi fosse il mio avvocato. Io risposi che non avevo ritenuto di doverne nominare uno, ritenendo provata sufficientemente la mia innocenza con le prove addotte e che dovevano trovarsi nel fascicolo. Ebbi la sensazione che il fascicolo lui non l’avesse nemmeno mai aperto. Osservò, con cipiglio velenoso, ad alta voce: “Tutti così questi teddy-boy: sfrontati e presuntuosi!” E nominò un avvocato d’ufficio tra quelli presenti in aula. Finalmente si risolse ad aprire il fascicolo, e data un’occhiata alle carte, mi avvertì severamente: “Di’ a questi signori (il Commissario e il Direttore del Consorzio) che stiano bene attenti a firmare dichiarazioni del genere, perché potrebbero passare guai seri!” Dovetti fare forza su me stesso per non perdere la calma, avendo capito subito che le cose si stavano mettendo male. Infine, vennero chiamati, separatamente, i testimoni, e cioè i due vigili verbalizzanti. Il primo affermò di ricordare bene l’episodio, perché avvenuto una mattina che era di pattuglia nei pressi del Palazzo della Regione, e confermò, ovviamente, quanto indicato nel verbale. Il secondo vigile lo conoscevo di vista: quando lavoravo a Cagliari, bazzicava spesso nel bar annesso alla trattoria dove io andavo a mangiare; era notoriamente un beone, e forse questo particolare giocò a mio favore. Infatti, richiesto dal pretore se ricordasse l’episodio, affermò che ricordava benissimo; “Quella notte - disse - eravamo di pattuglione con polizia e carabinieri nei pressi del Teatro Massimo”. Licenziato il teste, il pretore disse: “La difesa…” Il difensore d’ufficio staccò appena le chiappe dalla sedia dicendo: “Mi rimetto…” E ricascò seduto.

Venni assolto per insufficienza di prove.

Vorrei ora chiarire perché questo fatto, all’apparenza banale, abbia avuto per me così grande importanza da non poter essere mai dimenticato. Tutto dipende dall’educazione che ho avuto fin da piccolo, sia in famiglia che a scuola, educazione improntata al massimo rispetto per le Istituzioni e per le Autorità (anche graficamente, da indicare sempre con la maiuscola). Soprattutto la Giustizia (termine la cui accezione popolare è comprensiva sia della Magistratura, che di tutte le Forze dell’Ordine), godeva nella mia famiglia di un rispetto reverenziale, per il fatto che vi era appartenuto il fratello maggiore di mio padre, prima come pretore a Bitti, poi come Procuratore del re e infine come Sostituto Procuratore Generale, a Cagliari. Per me, dunque, la magistratura era una cosa, direi, sacra, anche se ovviamente sapevo che in ogni categoria di persone c’è sempre qualche mela marcia. Quel giorno, però, il mito fu infranto. Un pretore dalla faccia da sifilitico, notoriamente ubriacone, si era permesso di chiamarmi teddy-boy, cioè teppista, senza che gli fossa minimamente sorto almeno il dubbio che un dipendente di un Ente pubblico, coniugato, incensurato, difficilmente avrebbe potuto lasciare il lavoro e la famiglia in Carbonia per andare a Cagliari a gareggiare in moto con ragazzi scalmanati davanti al Teatro Massimo o al Palazzo della Regione, ignorando l’alt dei vigili e anzi facendo loro le pernacchie; aveva considerato carta straccia le attestazioni dei miei superiori, persone irreprensibili; non aveva degnato di un’occhiata le altre prove da me addotte. E fu una vera fortuna che non avesse richiamato in aula i due testimoni, per vedere se gli riuscisse di far collimare le due versioni e condannarmi. Forse aveva fretta di andare a pranzo, o a bere; chissà!

Da allora qualche cosa è sicuramente cambiata in me: sono diventato alquanto pessimista, badando di non mitizzare nessuno. Poi il tempo, coll’avanzare del degrado morale della società, ha fatto il resto. Ed ora è sotto gli occhi di tutti che il tempo degli eroi è tristemente finito: gli ideali che la mia generazione aveva assimilato fin dall’infanzia e che in gioventù ci riempivano di entusiasmi, di slanci, di esaltazioni, sono diventati come abiti vecchi e sdruciti, che ci si vergogna di indossare.

22 febbraio 2000