54 I profeti
L’esistenza di Dio creatore dell’universo, puro Spirito immateriale, infinito quindi eterno, è insita nella mente dell’essere pensante, cioè nella “ragione” dell’uomo. Potrebbe quindi sembrare superflua la comparsa, nella storia dell’umanità, della lunga serie dei Profeti, cioè delle persone per mezzo delle quali Dio ha trasmesso agli uomini, partendo dal popolo eletto (Israele), i suoi comandi ed i suoi precetti. In effetti la mente umana è talmente ben dotata di raziocinio che, potenzialmente, potrebbe scoprire in se stessa i principi fondamentali per condurre un’esistenza consona al volere del suo Creatore.
Questa potenzialità, a mio modo di vedere, ha però subito, nel corso dei millenni, una specie di “imbrigliamento” fuorviante a causa di un’altra fondamentale caratteristica insita nella mente umana fin dai primordi della propria autocoscienza: il “libero arbitrio”. Dal momento in cui l’uomo ha capito di poter essere arbitro delle proprie azioni, la “fuorvianza” è quasi diventata “regola di vita”, in quanto quella consapevolezza portava inevitabilmente l’uomo su un sentiero di sopraffazioni e di violenze sui propri simili, con l’uso della forza fisica o dell’astuzia. È bastato, all’inizio, “capire” che l’uomo forte poteva impunemente strappare dalle mani dell’uomo debole sia un utensile, sia il cibo, sia la femmina che si era scelta. È da questa consapevolezza che discende tutta la storia di lacrime e di sangue di cui è intrisa la Terra.
Occorreva quindi un ravvedimento, e nella sua infinita bontà il Creatore ha dato agli uomini non una, ma mille chances perché si ravvedessero, suscitando fra essi i Profeti, veri e propri araldi di Dio. Scorrendo la Bibbia, ci si rende subito conto della mole di precetti, norme comportamentali, diffide, minacce con cui i Profeti hanno cercato di ricondurre gli uomini sulla via della rettitudine e della giustizia, per non parlare del vaticinio vero e proprio degli eventi futuri, come guerre, distruzioni, deportazioni ma soprattutto della futura salvezza di Israele e di tutte le genti ad opera del Messia: tutti fatti che poi puntualmente si sono verificati. In questo senso, uno dei profeti più importanti, per i cristiani, è considerato Isaia, che svolse la sua missione negli anni dal 737 al 689 a.C. L’importanza del suo libro si fonda, fra l’altro,
“sui numerosi e chiarissimi preannunzi che esso contiene riguardo al futuro Messia, e che gli hanno meritato l’epiteto di Vangelo anticipato; i principali passi messianici sono quelli che riguardano: la nascita verginale del Messia (7, 14); la sua divinità e umanità (9, 6); la sua discendenza dal casato di David (11, 1 - 10); la sua passione e morte espiatoria (cap. 53), ecc.” (G. RICCIOTTI, “Introduzioni e note a La Sacra Bibbia”, Salani Ed.).
La considerazione iniziale (l’idea di un Dio creatore, infinito, eterno insita nella ragione umana) porta con sé, inevitabilmente, il dover affermare che questo Dio è UNICO. Non è possibile che esista un altro Dio o altri dei, come non è possibile che esistano “due infiniti” o “più infiniti”: l’idea di ‘infinito’, non ammettendo limiti, implica di per se stessa l’unicità.
I cristiani affermano l’unicità del Dio rivelatosi all’uomo per mezzo dei Profeti (qui locutus est per Prophetas) e soprattutto per mezzo del Cristo, che per riconciliare l’umanità peccatrice col Creatore, si è fatto uomo in mezzo agli uomini ed ha offerto la propria vita morendo sulla croce, in espiazione delle colpe dell’umanità. La certezza che il Dio dei cristiani è l’Unico Vero Dio è basata, oltre che sulla rivelazione anzidetta, soprattutto sulla risurrezione del Cristo dai morti, attraverso la quale egli ha dimostrato la sua natura divina.
Considerando inoltre che, con la sua predicazione, Gesù Cristo non ha smentito né revocato, ma rinnovato ed integrato l’antica legge profetica, il mio pensiero approda a riflessioni che forse potranno apparire alquanto fondamentaliste. Cercherò di spiegarmi.
Anche altre grandi religioni diverse dal cristianesimo traggono origine dalla rivelazione della divinità per il tramite di profeti (o meglio: sedicenti profeti). È il caso, per esempio, dell’Islamismo che si fonda sulla predicazione di Maometto (570 - 632 d.C.), proclamatosi Profeta di Allah e istitutore dello stato teocratico arabo. Come si sa, Allah è sinonimo di Dio quale Entità assoluta, e quindi identificabile in qualche modo con lo stesso Dio di Israele e dei cristiani (dico in qualche modo, perché una differenza c’è: la religione islamica non ammette, a differenza del cristianesimo, la Trinità di Dio). Peraltro, molte cose predicate da Maometto (che si rifà largamente alla Parola di Gesù) sono condivisibili dai cristiani.
Maometto insegna infatti ai suoi seguaci che c’è un solo Dio, clemente e misericordioso, riconosce la verginità di Maria, riconosce in Gesù un santo profeta, figlio di Dio, predica la morigeratezza dei costumi, l’amore per i poveri, suggerisce caritatevoli comportamenti (Igor Man).
Il fatto però che oggigiorno l’islamismo si sia diversificato in numerosissime sette, molte delle quali oscurantiste, sanguinarie e terroristiche (vedi p.e. i “Taleban” pakistani e afghani) rende molto difficile il dialogo tra cristiani ed islamici. Ciò che non è e non sarà mai conciliabile, però, tra islamismo e cristianesimo è proprio la predicazione di Maometto, codificata dai suoi seguaci nel Corano. L’Islamismo, infatti, pur riconoscendo, come accennato, la storicità di Gesù figlio di Maria ed attribuendogli il rango di Profeta, non ne riconosce la divinità. Quindi i precetti di Maometto, a prescindere dalla valenza etica, non sono stati ispirati da Dio, perché Dio è la Verità assoluta che non può ammettere dualismi. Pertanto Maometto non può essere considerato un “santo di Dio”, e mi rafforza in questo convincimento anche la seguente considerazione: Maometto, tornato dalla Medina alla Mecca dopo l’Egira, intraprende un lungo viaggio a dorso di cammello attraverso l’Arabia, in cui erano disseminati moltissimi idoli preislamici; lui li indicava col bastone e i suoi seguaci li distruggevano. Ma prima di questo viaggio, che cosa aveva fatto alla Mecca? Era andato ad adorare la Kaaba, la piccola costruzione cubica dov’è custodita la Pietra Nera (forse una scheggia di un meteorite), già oggetto di culto dei pagani, ma che Maometto indicò come il primo tempio innalzato all’unico Dio da Abramo e dal figlio Ismaele… Ora io dico: forse che adorare una pietra non è feticismo e idolatria?
Oggi si fa un gran parlare di ecumenismo delle chiese cristiane (cattoliche, protestanti ed ortodosse); si notano altresì alcuni tentativi per instaurare un qualche dialogo anche con l’Islam e addirittura con altre religioni (Buddismo, Confucianesimo, Scintoismo, ecc.). Non sono in grado di valutare in quanta parte il problema tragga origine dallo spirito veramente evangelico del cristianesimo, che vuole che la salvezza portata dal Cristo sia estesa a tutti gli uomini (l’auspicato “unico ovile sotto un solo pastore”), e in quanta parte il problema stesso sia sorto a seguito dei massicci flussi migratori dai paesi islamici e asiatici verso il Mondo Occidentale in genere e verso l’Europa in particolare. Comunque sia, io resto un po’ scettico sui risultati, per una ragione semplice, ma fondamentale: la salvezza è solo in Gesù Cristo; in nessun altro c’è salvezza (Ac 4, 12). La missione di salvezza, affidata da Gesù alla Chiesa, non può essere demandata ad altri; quindi, non esiste intercambiabilità fra le religioni, nemmeno fra le religioni cristiane. Il dialogo, dunque, deve essere considerato come un momento della missione evangelizzatrice della Chiesa.
Relativamente ai risultati, bisogna inoltre fare una distinzione: quanto al movimento ecumenico dei cristiani, è facile prevedere che, entro breve tempo, si possa raggiungere un’intesa perfetta tra cattolici, protestanti ed anche con gli ortodossi (tutti, infatti, riconoscono la stessa Trinità divina, il Cristo figlio di Dio morto e risuscitato, tutti riconoscono gli stessi Profeti). Quanto agli islamici, non potrà esserci mai, o almeno per lunghissimo tempo, alcun accordo dottrinale: bisogna avere il coraggio di dire ai musulmani che per i cristiani, depositari della parola dell’Unico Dio, Maometto è da considerarsi un “falso profeta”, o quanto meno un profeta da ridimensionare. Sia ben chiaro: ciò non pregiudica che tra cristiani e musulmani si possa vivere e convivere pacificamente in reciproca tolleranza (le Crociate e la Guerra Santa sono ormai concetti anacronistici: lo stesso Arafat ha sposato una cattolica); ma il nodo di fondo resta e resterà insolubile, per lunghissimo tempo. È molto più facile che la religione cristiana venga accolta da buddisti, confuciani e scintoisti, e forse anche dagli induisti; ma sarà difficilissimo che i musulmani rinneghino o anche solo ridimensionino Maometto.
2 gennaio 2001
Talvolta, scrivendo questi miei pensieri (che butto giù quasi sempre così come mi passano per la mente), mi sorge il dubbio che stia dicendo castronerie e pertanto mi viene anche la tentazione di buttare tutto nel cestino. Senonchè, parecchie volte, mi è capitato di trovare in qualche giornale o in qualche libro delle autorevoli conferme proprio a quelle cose, da me scritte, che io ritenevo, forse, deboli se non proprio peregrine.
Oggi mi è capitata sott’occhio, scorrendo la Treccani, la “voce” Mortalium animos, che è il titolo di un’enciclica di Pio XI del 6 gennaio 1928, di cui non avevo mai sentito parlare, nella quale, circa l’ecumenismo, il papa proclama non esservi alcuna via per giungere all’unità delle chiese cristiane, se non quella della sottomissione alla Chiesa Romana.
Dunque, avevo “pensato giusto”. Tanto più perché, quando un papa promulga un’enciclica, parla i“ex Cathedra”, e cioè è infallibile (infallibilitas in docendo).
8 agosto 2001