47 Sofferenze… bestiali
Sic vos, non vobis, fertis aratra, boves.
(Verg.)
Oh, come potrò descrivere le atroci sofferenze inflitte agli animali dall’uomo? Io avevo appena due anni, quando mio padre e mio zio acquistarono la tenuta di “Foresta”, in territorio di Ales; e degli anni che vi ho trascorso ho ancora tanti ricordi, certi bellissimi ed altri terribili. I bei ricordi di quella specie di Paradiso Terrestre, quando ci ripenso (e mi capita spesso), tuttora mi inteneriscono. Ma qui voglio parlare solo di quelli “terribili”.
La principale attività di mio padre era l’allevamento ovino e bovino, oltre all’agricoltura tradizionale. Arrivò a possedere fino a 800 pecore. Nell’autunno, quando figliavano, i pascoli erano una festa di agnellini candidi, che a schiere si scatenavano per gli erbosi pendii in corse sfrenate. I loro giochi erano un canto alla vita, e li interrompevano di tanto in tanto per una visitina alle mammelle delle rispettive madri. Povere, ignare, innocenti bestiole! Esse non potevano sapere che il loro destino era segnato, che i loro giochi sarebbero tragicamente finiti con l’approssimarsi del Natale. Già erano stati presi gli accordi col mercato di Cagliari; già era stato convenuto il prezzo; già affilati i coltelli! Ed è questo il ricordo più terribile di quanto hanno visto i miei occhi di bambino, non una ma mille volte: il corpo della bestiola afferrato, immobilizzato fra le cosce dell’uomo, il muso stretto nella mano sinistra, mentre la destra implacabile affondava la lama nel collo a recidere la carotide. L’erba del prato in poco tempo veniva coperta da diecine e diecine di corpicini immobili, candidi come la neve, con la macchia scarlatta nel collo…
A questa immagine tremenda è poi associato, nel mio ricordo, il belare inconsolabile delle madri, insistente per giorni, come un pianto irrefrenabile. Invano chiamavano i figli, almeno perché alleviassero il doloroso turgore delle mammelle. Ora non più le tenere bocche degli agnelli, ma le callose mani dei mungitori le avrebbero spremute fino ad avvizzirle.
Ma forse gli animali macellati non erano i più sfortunati. Ben più duro destino era riservato a quelle bestie che l’uomo sceglieva e addestrava per i vari lavori agricoli. Allora (parlo sempre della mia infanzia e della gioventù) non esistevano, almeno nelle nostre campagne, le macchine agricole semoventi. La trazione dei carri, degli aratri, degli erpici era eseguita dai buoi e dai cavalli. Questi animali, essendo destinati esclusivamente al lavoro e non avendo quindi da svolgere funzioni riproduttive, fin da giovani venivano castrati con sistemi arcaici, che noi oggi riteniamo di inaudita crudeltà, ma che allora erano la norma. L’operazione veniva di solito effettuata dal maniscalco, perché possedeva l’attrezzatura adatta, il travaglio, cioè quell’impalcatura munita di due argani coi quali si tendevano le imbracature che tenevano la bestia imprigionata ed immobile. L’asportazione degli inutili ed ingombranti testicoli avveniva con il secco morso di un’apposita tenaglia, senza anestesia. Né si ricorreva al veterinario, per non dovergli pagare la parcella in moneta sonante, mentre il maniscalco poteva essere ricompensato con uno staio di grano o con qualche fiasco di vino.
Quando ancora non erano guariti dai postumi del supplizio della castratura, i giovani manzi facevano conoscenza con un altro arnese, che li avrebbe torturati per tutto il resto della loro vita: il giogo. Chi ha visto, come ho visto io fin dalla più tenera età e per tanti anni, le sofferenze delle bestie aggiogate, capisce che il significato dato nella nostra lingua, figuratamene, alla parola ‘giogo’ di rapporto o condizione di dipendenza, soggezione, servitù (Zingarelli), è eufemistico. Il giogo dei buoi è utilissimo per l’uomo, ma è uno strumento di tortura per le povere bestie. Il giogo in uso nella Sardegna meridionale (quello che io ho avuto modo di osservare) è del tipo cosiddetto “di nuca” e consiste in un trave di legno lungo poco più di un metro e mezzo, sagomato alle due estremità per aderire alla nuca dei due animali. Viene strettamente legato alle corna con una lunga striscia di cuoio larga due dita. Al centro reca un anello di ferro o d’altro materiale dove s’innesta il timone dell’attrezzo da trainare (carro, aratro, etc). Quindi le due bestie aggiogate possono solo camminare in avanti, per brevi manovre anche all’indietro, ma la loro testa è sempre fissa e forma un tutt’uno, tramite il giogo, con l’attrezzo da trainare. Ora immaginate quale dev’essere il supplizio dei poveri animali, sempre assaliti da nugoli di moscerini che li tormentano proprio nei punti (il muso, gli occhi, il collo) dove non può arrivare la coda a scacciarli, per non parlare dei fastidiosissimi tafani. E contro questi infaticabili molestatori a poco giovano le continue vibrazioni o scosse della pelle nei punti offesi: quegli insetti scacciati da un punto si attaccano a un altro, e il tormento è continuo, fino alla fine della giornata ed allo scioglimento dal maledetto vincolo. Ma non è tutto. Per far camminare le bestie, l’uomo ha inventato il pungolo; e per deviare dalla linea retta, a destra o a sinistra, l’uomo manda un messaggio ai buoi mediante un sistema ingegnoso, ma non indolore. Faccio una breve descrizione delle due cose.
Il pungolo è un semplice bastone, lungo e sottile, in genere di olivastro indurito al fuoco, munito in cima di un chiodo acuminato, col quale si punzecchia l’animale nelle parti posteriori: più lo si punzecchia, più in fretta l’animale cammina, per tentare di sfuggire al tormento. Inoltre col pungolo si insegna all’animale ad obbedire a richiami vocali, a un fischio, a un soffio. I comandi di deviazione a destra o a sinistra si danno tramite due separate cordicelle, legate rispettivamente ad un corno di ciascun bue e quindi passate con una semplice gassa attorno alla base dell’orecchio destro del bue di sinistra e dell’orecchio sinistro del bue di destra. I comandi sono semplici: quando si deve voltare, si danno dei piccoli tratti alla corda di sinistra se si vuole andare a sinistra, o alla corda di destra se si vuole andare a destra. I buoi obbediscono all’istante, perché ricordano benissimo le sofferenze dei primi tempi, quando la corda si faceva la sede attorno all’orecchio sanguinante, e perché un indugio nell’obbedire provoca automaticamente l’arrivo di strattoni più forti, dolorosissimi.
A tutte queste sofferenze bisogna aggiungere la fatica degli animali. E qui viene per me la parte più difficile, anzi impossibile da descrivere. Quand’anche trovassi le parole che mi potrebbero sembrare più adatte, sarei sempre mille volte lontano dalla realtà quale i miei occhi di bambino e di ragazzo hanno visto. Già occorreva un certo sforzo per trainare il pesantissimo carro vuoto, figuriamoci quando era carico fino all’inverosimile, in strade che molte volte non erano strade, ma letti di torrenti asciutti e sassosi, in salite e discese spaventose, senza un sistema frenante o con freni primordiali a pattini azionati a mano, sempre insufficienti. Si aggiungano a tutto questo le privazioni cui erano soggette le bestie, in primo luogo la sete: durante i lavori, le bestie venivano abbeverate di primo mattino e poi a fine giornata; durante il giorno era pressoché impossibile l’abbeveraggio, salvo che non ci si trovasse in prossimità di un corso d’acqua o di un fontanile. Inoltre le bestie non potevano ruminare se non nelle brevi soste che l’uomo destinava ai suoi frugali pasti . E ancora, la contenzione dell’urina: durante il lavoro, quando tutti i muscoli sono tesi negli sforzi, le bestie non possono urinare; possono farlo solo nei brevi momenti di sosta e, se sono al traino del carro, solo se si è in terreno pianeggiante. E infine, il sonno. Tante volte mi sono chiesto: ma quando dormono queste povere bestie? Infatti, al rientro dal lavoro e dopo un’abbondante bevuta, venivano messe davanti all’alternativa: o dormire o mangiare. In genere vinceva la fame. Ma il pasto (foraggio o paglia con fave triturate) non durava a lungo, perché gli animali, stremati dalla stanchezza, dopo un po’ si addormentavano. Il loro sonno però durava poche ore, perché alle due o alle tre del mattino, venivano risvegliati dall’uomo che letteralmente li forzava a mangiare e mangiare e mangiare fino all’alba, fino all’ora cioè di ricominciare daccapo le tribolazioni del giorno prima.
Né vi era per le bestie, nel corso dell’anno, un periodo di vero e proprio riposo, salvo che le contrarie condizioni del tempo non impedissero qualunque opera. In genere, ogni stagione era caratterizzata da uno o più particolari lavori: dalla prima aratura dei campi, alla semina con seconda aratura, quindi all’erpicatura. Poi venivano le arature del maggese e i lavori della fienagione; e intanto arrivava l’estate e aveva inizio la trafila dei lavori connessi alla mietitura, al trasporto dei covoni, alla trebbiatura sotto il solleone, al trasporto del raccolto ai magazzini e della paglia ai pagliai, con le schiene coperte da uno strato di pagliuzze pruriginose e i polmoni sofferenti per la polvere inalata. Nel mentre era maturata l’uva, e quindi si procedeva alla vendemmia: una festa per l’uomo, ma altri trasporti quasi sempre in strade malagevoli per i poveri buoi aggiogati. Ma il mosto aveva appena cominciato a fermentare nei tini o nelle botti, che le povere bestie erano già all’opera per la provvista della legna da ardere. Almeno dalle nostre parti (intendo dire, in quel di Ales), questo era il lavoro in assoluto più massacrante per le bestie da tiro e meriterebbe un capitolo a parte, ammesso che riuscissi a descrivere in modo adeguato le sofferenze, le fatiche, le torture cui i poveri animali erano sottoposti. E dopo una ventina di giorni (tanto duravano i lavori di approvvigionamento della legna), il ciclo ricominciava daccapo con le prime arature.
Questa era la durissima vita dei buoi da lavoro. Quella dei cavalli, quanto a fatiche e tormenti, non differiva di molto (castrazione compresa), salvo che al giogo si sostituivano le stanghe, in quanto dalle nostre parti non usavano cavalli appaiati, ma sempre singoli, sia per carro che per aratro.
E dopo tanto patire, ai primi segni di infiacchimento (chè in quelle condizioni la vecchiaia non tardava ad arrivare), non c’era “pensionamento”, ma solo il macello!
Mi chiedo io stesso perché abbia sentito quasi la necessità di scrivere queste righe su una questione così lontana (non solo nel tempo) da ciò che è stata la mia vita di adulto e dal mio attuale stato. L’argomento è decisamente anacronistico, visto con gli occhi dell’uomo moderno, circondato e direi quasi inglobato in una civiltà sempre più tecnologicamente avanzata e direi invadente in tutti i campi delle attività umane, anche in quelle millenarie come l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. Oggi, se si vuol vedere un giogo di buoi trainare un carro agricolo di cinquanta o settant’anni fa, bisogna assistere a qualche sagra paesana o alla “sfilata” di S. Efisio a Cagliari. Oggi tutti i lavori si eseguono con le macchine; è raro vedere un contadino che usi ancora la vecchia zappa; al limite, se proprio deve usarla, mette i guanti di pelle. Anche le vacche e le pecore si mungono con le macchine; i mungitori ‘a mano’ stanno pian piano scomparendo.
l fatto è che le cose che ho raccontato più sopra sono sempre vive nella mia memoria né, anche volendo, potrei cancellarle: segno che in qualche modo la mia sensibilità, la mia psiche ne sono rimaste profondamente colpite. Ed è per questo che, dopo l’adolescenza, maturando, ho scoperto in me una quasi istintiva avversione non solo a tutti i maltrattamenti degli animali, ma anche alle mostre, zoo, circhi con animali ammaestrati, corride (io tifo sempre per il toro!). Io, per esempio, manderei ad leones quegli sciagurati che addestrano e sfruttano i cani cosiddetti ‘da combattimento’!
5 ottobre 2000