12 Dell’anima
Forse sto per dire un sacco di fesserie, ma voglio comunque buttare giù qualcosa, non foss’altro, per battere questa fastidiosissima noia di una lunga, uggiosa serata.
Vorrei parlare dell’anima; dell’anima in generale. Tutti gli esseri viventi hanno l’anima: dall’uomo fino alla più piccola ameba; ed è per questo che vengono tutti ascritti al regno “animale”. È chiaro che necessariamente dovrà esistere, per così dire, una “graduazione” dei livelli percettivi, istintivi, intellettivi fra una specie e l’altra, e forse fra gli appartenenti alla stessa specie, se non altro per la più o meno “vasta orma” che nel volgere della vita ciascun individuo lascia alla umana valutazione. Voglio chiarire: parlando di una persona che in vita ha raggiunto le più eccelse vette del sapere, o gli estremi eroismi, o la totale abnegazione a pro dei suoi simili, si dice che quella persona ha o aveva una “grande anima”; dunque, ci sono anche individui con “piccola anima”. Valutazioni simili possono farsi anche per gli animali, almeno per gli animali più vicini e più conosciuti dall’uomo. Certo, nessuno può dire: “Questa cavalletta, o questa lucertola, si, che ha una grande anima!” Ma se io dico: “Cavalli come Ribot o come Tornese, o cani come Berta avevano o hanno un’anima grande così!”, non avrò detto un’assurdità. Il fatto è, però, che nessun cavallo, nemmeno i vicini di scuderia, hanno mai avuto la percezione della grandezza dell’anima di Ribot o di Tornese, come nessun cane potrà mai nemmeno lontanamente capire quale grandezza d’animo alberghi nel piccolo corpo di Berta.
Né si può dire che gli stessi animali portati ad esempio (Ribot, Tornese e Berta) siano mai stati consapevoli dell’esistenza dell’anima; le valutazioni da me espresse sono valutazioni umane, che cioè solo l’uomo può fare. Quindi, lo slancio di Ribot a superare i cavalli che lo precedevano nella corsa, o la sua tenacia nel non farsi superare; come l’attenzione di Tornese, pur nella foga della gara, a non rompere il trotto, possono soggettivamente ascriversi in parte all’istinto, in parte alla doma: chè l’animale ricorda bene lo zuccherino e benissimo la frusta del domatore. Quanto a Berta, poiché la stima che ne ho espressa è riferita più che altro al suo attaccamento a Benedetta fin da quando questa è nata, la “grandezza” della sua anima può identificarsi coll’istinto materno di protezione del cucciolo, insito in quasi tutti gli animali.
Pertanto, che l’anima sia il principio vitale del corpo può dirsi con riferimento a tutti gli animali; ma che l’anima sia l’origine e il centro del pensiero, dei sentimenti, della volontà, del giudizio, della coscienza morale può dirsi soltanto con riferimento all’uomo. Poiché incorporea, immateriale, l’anima è spirito, né può avere avuto origine dalla materia; in quanto datrice di vita, essa è immortale. Quindi è emanazione dell’Eterno.
Non è poi molto importante, secondo me, riuscire a stabilire “quando” il Creatore abbia trasfuso nell’uomo quella che si potrebbe chiamare “super anima”; potrebbe essere stato quando, a un certo punto della catena evolutiva, ha spinto l’ominide, o comunque il progenitore dell’Homo sapiens, a camminare eretto sui due piedi, lo sguardo a spaziare nel terreno circostante, le mani libere ad afferrare il cibo od il nemico da cui difendersi. E fu forse in questa nuova postura che l’uomo deve avere avuto il primo vago pensiero, la prima vaga coscienza di sé, la prima vaga sensazione di meraviglia nella visione panoramica della natura circostante.
Agosto 1999