17 Morte apparente
Sono a letto con la febbre. Mi sento debole, vuoto: forse ho l’Australiana. Tantissime volte sono stato a letto, malato, nella mia vita. Ora, bravo chi mi spiegherà perché proprio stasera, all’improvviso, mi è balenato in mente lucido, preciso, come una sequenza cinematografica, il ricordo di quel giorno dell’autunno 1943 (avevo 17 anni), in piena guerra, anzi nel pieno sconvolgimento politico e militare succeduto all’8 Settembre (armistizio, dopo la caduta di Mussolini del 25 luglio).
Ero a letto, molto malato per una grave rinite che non voleva guarire nonostante le assidue cure del medico condotto (dott. Scema), un vecchio medico di campagna, burbero, ma bravo, sempre in giro a trovare i suoi malati, che tutti trattava allo stesso modo, dal pretore al bracciante. Da me veniva ogni sera; mi curava lui personalmente. Prima mi faceva una irrigazione con una pompetta da enteroclisma (“Attento! Te ne andrà un po’ anche in bocca: non inghiottire, sputa fuori”.) Poi con un tubetto tipo dentifricio, ma con un lungo beccuccio, mi riempiva le narici con una pomata (ricordo ancora: Rinoantipiol) color sapa ristretta. Anche quella volta mi guarì, come mi aveva guarito quando avevo quattro anni da un attacco micidiale di malaria, salvandomi la vita.
Dunque, ero a letto con la febbre alta, la respirazione molto difficoltosa. Mi assopii. Poi, non so come, mi vidi alzato in piedi, in fondo alla stanza. Notavo (e ancora ricordo) tutti i dettagli della stanza: il quadro bellissimo di una Madonna, seduta sulla soglia di una casa col Bambino seduto in grembo, in un paesaggio dolcissimo, coi pioppi, ed un gruppetto di piccioni, alcuni svolazzanti intorno ai personaggi, altri a terra becchettando, ed uno che sbattendo le ali, cercava di posarsi sulla manina aperta del Bambino ridente. Poi lo “storico” quadro dei nostri santi protettori (S. Proto, S. Gavino e S. Gianuario), Martiri Turritani; ed altri quadri. Vedevo la vecchia “Singer” di mamma; ma una cosa mi lasciò stupefatto: su un divanetto presso la porta che dava ad un altro vano, c’era rannicchiato il mio corpo, morto. Non riuscivo a capacitarmi. Io ero in piedi, cosciente, vedevo tutto; ma vedevo anche il mio corpo, morto, sul divanetto. In quel mentre vidi anche mia madre, nel vano della porta, col viso molto preoccupato. Guardava me, in piedi in fondo alla stanza, e guardava anche il mio corpo morto. Mi disse: “Ei custhu corpus? Ite ’nde faghìmus?” Io le risposi subito, come se avessi premura di togliere quell’incomodo al più presto: “Cussu corpus che cheret furriadu”. (“E questo corpo? Cosa ne facciamo?” - “Quel corpo deve essere gettato via”. - Tra di noi parlavamo sempre in logudorese.) Mia madre si affrettò ad uscire dalla stanza soprappensiero. Io, dopo non so quanto, mi ridestai a letto, sotto le coperte. Ah, quale senso di sollievo quando sbirciai verso il divanetto: il corpo non c’era!
A volte ci meravigliamo per un fatto realmente accadutoci tanti anni prima, e per tanti anni sepolto nell’oblio, che d’improvviso ci ritorna in mente. Ma ricordare nei minimi dettagli, dopo cinquantasette anni, addirittura un sogno, mi sembra un fatto ancor più misterioso. Forse dovrò parlarne con Rita, che ha letto tutto Freud.
Dicembre 1999-Gennaio 2000.