57  Sans titre (après l’enterrement)

Pensieri

Era meglio prima? Chissà! Non sono in grado di valutare. Oggi, 29 giugno, la liturgia è quella della festività dei Santi Pietro e Paolo. Quindi, correttamente, il parroco ha indossato i paramenti rossi, in memoria del sangue versato dai predetti Martiri.

Quando sono in chiesa, non ho l’abitudine di guardarmi attorno, poiché ho fin troppe cose da guardare dentro me stesso; però non mi è sfuggito un moto quasi di sorpresa, da parte di qualcuno, come se quel rosso fosse una stonatura davanti ad una bara ed ai familiari del defunto in lacrime. Ma così vogliono i nuovi canoni scaturiti dal Concilio Vaticano II, avviato dal Papa Buono Giovanni XXIII. Anche il parroco deve aver captato questa specie di turbamento; tant’è vero che ha ritenuto opportuno premettere alla celebrazione della messa un fervorino, in lode dei due grandissimi santi oggi festeggiati, trovando anche un felice aggancio per cui, in definitiva, la coincidenza è apparsa in qualche modo vantaggiosa per l’anima del defunto.

Oggi, il rito funebre ha perso molto di quell’aura quasi terrificante e pur tuttavia affascinante, che si sentiva nei tempi andati, con la vecchia liturgia in latino, il colore nero dei paramenti, con la “messa propria” (Messa da requiem), avulsa quindi dalla “liturgia del giorno”. Ho ancora tanti ricordi di quand’ero ragazzo, quando cantavo in chiesa (e suonavo l’organo o l’armonium): come è possibile dimenticare le parole di un Dies irae, di un Lux aeterna, di un De profundis, di un Libera me, Domine, e l’indicibile commozione che induceva nell’animo il canto gregoriano? In quelle celebrazioni, la mente dei fedeli veniva, più che nei riti odierni, ricondotta alla fisicità del defunto, come se quel corpo, chiuso nella bara, avesse ancora una qualche vitalità. Per fare un esempio, certe espressioni come “ingemisco tamquam reus; culpa rubet vultus meus” (mi dolgo come un reo; per la colpa arrossisce il mio volto), suscitavano nell’inconscio la figura della persona defunta, tremebonda e confusa davanti all’implacabile Giudice. Era, cioè, quasi impossibile che taluno, guardando la bara, si rendesse conto che quanto essa conteneva non era altro che materia, materia inerte, inanimata.

Il nuovo rito sembra invece porre in maggiore evidenza la parte spirituale del defunto. Il corpo è pur esso ricordato, ma solo come cosa avviata alla sepoltura, come un fatto definitivamente concluso, una “pratica” chiusa, da mandare all’archivio. Il mistero della morte è rappresentato come una “Pasqua” nell’accezione biblica del termine, e cioè “fine della schiavitù” e soprattutto “nascita” nella vita eterna.

29 giugno 2001

Tremens factus sum ego, et timeo,
dum discussio venerit
atque ventura ira.